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Italian Bloggers

mercoledì 28 luglio 2010

SANGUIGNO


In questi giorni alla galleria Domenicani a Bolzano si poteva assistere a una serie di esposizioni organizzate dall' Associazione Artisti di Bolzano appunto, inserite in un evento annuale ormai consueto durante il periodo estivo, Moduli.
Nel primo modulo (si tratta di 4 moduli con artisti diversi per ognuno) mi ha particolarmente colpito una video installazione di Corinne Conci per cui ho deciso di scriverne un breve commento nato da una mia personalissima interpretazione.
SANGUIGNO
"L'aggettivo nasce spontaneo, è la prima parola che mi salta in mente.
I pomodorini di un rosso intenso, il loro brodo liquido, luccicante, il coltello che li viola, li taglia in modo netto e crudele; ricordano la violenza delle ferite da taglio in un orrido film splatter.
La poesia della Merini, la voce e i suoni che la circondano, accentuano un atmosfera non cupa ma brillante di morte e sangue, non per celebrarne il trionfo ma per ricordarne l'incontrastabile esistenza, la realtà del sangue e del dolore, della morte. Probabilmente l'unica realtà non ancora falsificabile
Guardando queste piccole sfere perfette la mente associativa trae dai ricordi immagini di altre morti e di altro sangue.
La realtà del sangue come ultimo baluardo alla mistificazione quotidiana.
Il dolore e la morte ristabiliscono la vita o forse l'inganno è ormai completo..."
Il cavaliere inesistente

lunedì 5 luglio 2010

Die Nase

C'è stato un giorno in cui Till Eulenspiegel e il Barone di Munchausen si sono trovati.
Era buio e freddo nelle campagne bavaresi e solo una piccola osteria era aperta, se ne intravedeva la luce, un lumino da molto lontano.
Il barone stava ancora vagando a cavallo della sua palla di cannone mentre Till sopra uno struzzo bardato a festa si avvicinava all'osteria, l'osteria si chiamava "Die Augen und die Ohren".
Munchausen vide il lumino e dando grandi schiaffi alla palla riuscì a deviarla in modo che cadesse presso la betola.
Till vi era ormai giunto e già corteggiava le figlie dell'oste raccontando incredibili storie sulla guerra ai saraceni.
Till era esile e biondo, Munchausen grande e nero, le figlie dell'oste belle e prosperose, l'oste si faceva chiamare "Das Auge und das Ohr".
Il mattino dopo Till ripartiva sulla palla di cannone volando in compagnia della figlia dell'oste chiamata "das Auge" e il barone di Munchausen riprese il cammino sopra lo struzzo bardato a festa con l'altra figlia chiamata "das Ohr".
L'oste saluta dalla porta e ora si chiama "Die Nase".
Il cavaliere inesistente.

Un signore con tre cappelli

Ho conosciuto un tale,
un tale di Vignola,
che aveva tre cappelli
e una testa sola.

E girava, girava
per il monte e per il piano
con un cappello in testa:
gli altri due, uno per mano.

Un giorno che pioveva
incontrò un poveretto
che in testa non portava
nè cappello nè berretto.

-Ecco-disse quel tale-
il mondo è tutto sbagliato:
a me tre cappelli,
a lui il capo bagnato....-

E andando per la sua strada
mentre fischiava il vento
quel signore con tre cappelli
era molto malcontento.
Gianni Rodari

domenica 16 maggio 2010

I professionisti del dolore

Anni fa quando ancora non esistevano tutti questi assistenti sociali, psicologi, psichiatri, assistenti geriatrici, direttori di servizio, responsabili tecnici, operatori sociosanitari o socio-assistenziali, educatori, OTA, ASA, ecc..., nell’ambiente s’iniziava a parlare di “business del sociale”, di nuove opportunità di crescita lavorativa ed economica nel mondo della solidarietà e dell’aiuto, per molti “il disagio” cominciava a perdere il suo significato più espressamente emotivo per diventare, più che altro, un’occasione economica di facile utilizzo.
L’aumento e la diversificazione del disagio bio-psico-sociale coincidente con un “imbarbarimento” della società attuale diventava, per alcuni, un buon modo per guadagnare denaro sulle sofferenze degli altri.
Il nuovo business apriva spazi inaspettati, sia a chi per pulsione personale preferiva fare un lavoro che avesse un significato sociale, sia a chi cercava una facile qualificazione professionale utile a “piazzare il sedere” e a tutti i livelli, laureati in lettere, in lingue, in economia e in chi sa cosa altro che improvvisamente diventano operatori e se raccomandati magari anche dirigenti. Queste persone in linea di massima il disagio maggiore che hanno provato è stata una delusione d’amore adolescenziale e la situazione più a rischio uno spinello clandestino che gli ha fatto girare la testa, sono incapaci di essere competitivi con le loro qualifiche effettive (le lauree) per cui ripiegano sull’unico spazio aperto a tutti.
La loro preparazione tecnica, utile, è legata a un buon uso del linguaggio e capacità “manipolatorie” nei confronti dell’altro, percepito come diverso e in difetto, ma la loro posizione gerarchica è legata in particolare a spinte, raccomandazioni e sostegni esterni politico-ideologici.
Se a questo aggiungiamo le menzogne neoliberiste con la conseguente gestione manageriale dell’aiuto, che per logica, ha come unico obiettivo il budget non occorre molto impegno per comprendere il disastro latente.
Il care management, importato dai paesi più espressamente capitalistici, nato come razionalizzazione del servizio sociale in un’ottica di mercato, tenta di definire gli assistiti come consumatori di servizi, autonomi e in grado di autodeterminarsi.
Gli operatori sociali diventano produttori di servizi che attraverso le privatizzazioni dovrebbero diventare competitori tra loro favorendo le spinte innovative e il ribasso dei costi, ma non è proprio così.
L’ente pubblico (il servizio sociale) diventa, poiché appaltatore, il finanziatore unico dei competitori (con i soldi dei cittadini versati come auto-tutela) che mira naturalmente al risparmio, creando situazioni di ribasso dei costi spropositato.
Tenendo presente che il servizio sociale non produce nulla, se non “indotto”, è naturale una conseguente speculazione sulle uniche fonti rimaste: gli operatori stessi (quelli che operano sul campo) e gli assistiti.
Il sociale diventa un settore di mercato “supposto”, virtuale.
Il “care management” impone nuovamente un cambio di significato dei termini anzi, come scrive Silvia Fargion in un suo volumetto, un cambio dei contesti in cui tali termini agiscono. (S. Fargion-Il servizio sociale. 2009).
Sempre da S. Fargion: “La competizione tra soggetti che offrono servizi può giocare un ruolo molto negativo sulla necessità di cooperazione, incidendo in ultima analisi sulla qualità dei servizi. In un ambiente in cui a fare da protagonista è il budget, si rischia di selezionare offerte e servizi che solo in apparenza si presentano bene o che, secondo il linguaggio del mercato, “sanno vendersi”. Questa situazione ha messo a repentaglio gli aspetti più positivi del terzo settore, cioè il progetto ideale che spesso animava le organizzazioni, cooperative e associazioni, consentendo la sopravivenza solo a chi si dimostra un buon venditore” (o ha agganci importanti, nda), “il che nell’area dei servizi in particolare, non sempre si traduce nella capacità di dare risposte efficaci ai bisogni delle persone”.

Le recenti e varie professioni nel sociale sono sostituite dalle capacità gestionali degli apostoli del “care management”, il vero obiettivo è un altro, economico, e in funzione di questo si stilano graduatorie di merito non certo in base alle qualità deputate agli obbiettivi storicamente riconosciuti al servizio sociale. Chiunque sia in grado di gestire proficuamente un’osteria, una pescheria o una qualsiasi attività commerciale può anche gestire un servizio sociale, la sua posizione gerarchica e ideologica (profitto-risparmio) appiattisce e demotiva ogni professionista (inteso come detentore di conoscenze specifiche) e toglie qualsiasi motivazione tesa alla solidarietà, al sostegno, alla cura, se non quella unicamente dichiarata.
Anche il livello medio della gerarchia gestionale dei servizi (alcuni assistenti sociali, i burocrati, alcuni responsabili-coordinatori, etc..) si è lasciato prendere da questo delirio imprenditoriale, che risulta molto proficuo per mantenere lo status della loro posizione (ogni tanto mi chiedo ma quanti ne hanno sulla coscienza? Ma come fanno a mandare un minore in un carcere minorile per qualche spinello e poi tornare a casa e guardare il proprio figlio/a?), per queste persone provo un profondo disprezzo e mi auguro (per chi capiterà tra le loro mani) che scompaiano presto, lucrano e si mantengono grazie alla “sfiga” degli altri, la vera feccia è questa.
Se interrogati sul loro ruolo etico si giustificano, delegano ad altri, o utilizzano alibi di ogni tipo, se gli si manifesta i propri dubbi sull’operato dei servizi è facile sentirsi dire che si è sbagliato mestiere, ma io credo che ad aver sbagliato mestiere siano proprio loro. Molti di questi non solo non sanno fare altro ma non osano nemmeno rischiare per paura di compromettersi, come i kapò nei campi di concentramento, i piccoli borghesi nelle lotte di classe, i crumiri nelle lotte operaie.
PS: se qualcuno ritiene sia semplice demagogia, ho in serbo per lui una serie di esempi evidenti di queste storture.

Suggerisco agli interessati un approfondimento sul lavoro di S.Fargion, personalmente trovo abbia confermato alcune mie opinioni dandone anche una strutturazione più ampia e anatomizzata, inoltre è stata molto utile nello stimolare nuove riflessioni.
Il cavaliere inesistente

venerdì 30 aprile 2010

FRAMMENTI SUL SOCIALE


Buio. Fondo.

I crotali. Gli storti.

Le pietre dolenti. Non in linea.

I professionisti del dolore. Storpi, vecchi, malati, pazzi.

Asettico passaggio di norme procedurali. In definitiva sono come animali.

L'archetipo economico come guida spirituale. La mediocrità, il servilismo, l'arrivismo.

I vicoli oscuri, ingannevoli della falsa coscienza. Ciance autoreferenziali, bla bla, sociale, bla bla.

Il meschino reality dei fratelli Merda si palesa. La psicopolizia controlla, dirige il flusso del disagio.

L’orrore burocratico si svela nel suo dedalo chiuso.Le scarsità umane violano ciò che è già violato.

Le menzogne, la presunzione, il nucleo nazista.Modifica mirata dei significati originari delle parole

La sovrapposizione di più piani alienanti. Le professioni come corridoi chiusi , stretti.

La lontananza dalla cruda realtà. L'agghiacciante respiro della finzione.

Gli usurai del sottosuolo. Conformi, corrotti, piazzati, vili.

Grigio e ruvido. Le ombre luccicanti.

I ratti. Gli spettri.

Buio. Fondo.
Il cavaliere inesistente

lunedì 15 marzo 2010

Servizi sociali (seconda parte)



Anche io rinuncio!
In linea con la determinante iniziativa locale (Bolzano) che coinvolge politici, istituzioni e potenti vari, io rinuncio!
Rinuncio al rigurgito fascista che ha inizialmente fatto uscire la mia parte zoologica e la sua tendenza a difendersi dalle provocazioni, alzando le mani, rinuncio al libero insulto e al libero sputo, ma non rinuncio a manifestare, anche se solo nello spazio limitato del blog, la mia profonda indignazione davanti a tale sfrontatezza.
L’ultimo a rinunciare è stato il direttore dei servizi sociali di Bolzano, ha detto che quest’anno rinuncia ai vestiti nuovi.
A prescindere, c’è chi può rinunciare e chi deve rinunciare, una profonda differenza che un esperto di sostegno sociale, di solidarietà, non deve dimenticare, quando prende certe iniziative, e lo fa pubblicamente oltre tutto, proponendosi come modello positivo.
Personalmente ritengo che un professionista delle istituzioni (in quanto tale pagato dai cittadini) abbia cose diverse da fare che non promuoversi o partecipare a promozioni d’immagine, a meno che lo scopo non sia diverso da quello che il suo ruolo pubblico determina.
Allora ho pensato ad alcuni temi più pertinenti sui quali assumere delle posizioni di rinuncia da parte del direttore.
Rinunci a partecipare (prendendo posizione) a questo massacro degli appalti, a questo ruolo ambiguo da parte dei servizi sociali che delegano ad associazioni, cooperative e quant’altro, mirando ad un ribasso selvaggio dei costi, la parte operativa del sostegno sociale (ciò che è successo al centro per lungo degenti Firmian n’è un esempio) creando disagi economici e spesso conseguenti successivi disagi sociali, rinunci (dati i risultati) ad appoggiare e sostenere progetti d’aiuto sulle dipendenze che perseguono obbiettivi di riduzione del danno e di controllo sociale e si spenda per dare significato a termini quale cura, riabilitazione e prevenzione, rinunci ad appoggiare e sostenere comunità per minori prive di riscontrabile e significante progettualita rendendoli dei parcheggi temporanei.
Rinunci, almeno per un poco, a parte del suo stipendio e provi a vivere, (quando va bene) con 1300 euro al mese e tutte le spese accessorie (affitto, energia, sostentamento), una paga medio-alta per chi lavora in appalto come operatore e se questo non è sufficiente rinunci al suo ruolo pubblico e si sperimenti come operatore turnista in casa di riposo a pulire culi, cambiare stomie e imboccare pazienti e nel contempo trasmettere calore umano, ma soprattutto rinunci a certe rinunce, utili solo a ristabilire le distanze.
Il cavaliere inesistente

sabato 6 febbraio 2010

Ars pingendi


Nella frenetica corsa all’affermazione di sé, nel confuso tentativo d’auto definirsi e significarsi, nel mondo del tutto e del contrario di tutto, non sono un artista.
Troppi i significati, le interpretazioni, le assunzioni di ruolo inopportuno, troppo ampio il senso, troppo commercializzato il termine, sono un pittore, forse.
Non un imbianchino che si occupa di decoro istituzionalizzato degli interni e/o esterni, ma un pittore che si occupa di dipingere ciò che desidera dipingere, un produttore d’immagini più o meno fisse che hanno significato principalmente per se/me.
Un poco come un musicista o uno scrittore (o uno scultore, un fotografo, un cineasta) utilizzatori di strumenti per parlare all’anima (attraverso la materia, ad eccezione forse dell’arte concettuale), la propria innanzitutto, per non scordarci che c’è, innanzitutto. Il resto è consequenziale, contestuale e derivante, senza valenza positiva-negativa assoluta.
La definizione pittore (se proprio uno vuole definire) sfugge alla sopravalutazione, alla presunzione, ridimensiona il ruolo, ma non occupandosi di nulla in particolare, di materialmente utile, si diversifica dall’artigianato e dalla pura esecuzione tecnica.
L’atto del dipingere ha radici profonde e ripropone ciclicamente la sua presenza come strumento utile a ridefinire l’essere dell’uomo su questa terra, come lo scrittore, il musicista, il regista, ecc.., evolve, talvolta muta, ma resta l’essenza.
Definirsi pittore non vuole limitare ma diversificare, specializzare.
Non credo che la pittura, il disegno potrà mai scomparire dalla nostra vita, fa parte di noi, è tra i primi modi in cui scopriamo la nostra natura umana, la capacità di intervenire sulla realtà, di distinguerci dalla parte più cruda della bestia, in noi.
Come se scomparisse la musica, tutta, anche la più antica, ma ve lo immaginate? Come se scomparisse la letteratura, la scrittura, la narrazione.
Ritengo falsa l’affermazione che la pittura porti con se, a priori, ideologie borghesi, il fatto che se ne sono appropriati non trascende dalla realtà di un’origine ben più antica, preistorica.
I writing, io credo, ad esempio, sfuggono a tale stortura e si trasformano in “moderni primitivi” alle prese con rinnovate, suburbane grotte d’Altamira.
La predilezione dell’aspetto più tipicamente decorativo ritengo sia la stortura determinata da una concezione borghese della pittura (o in questo caso dell’arte), pur non escludendo una sua valenza importante, in una dialettica del senso estetico. La bellezza non determina l’arte, lo ha detto Kant già molto tempo fà.
Non credo alla morte della pittura in senso stretto molto probabilmente si dipingerà sempre se pur con strumenti e modalità differenti, è morta l’estetica borghese (o sta morendo) probabilmente per essere sostituita dalla totalizzante estetica del capitalismo e a mio giudizio già né “godiamo” i frutti, il business dell’arte contemporanea n’è prova evidente.
Occuparsi di pittura non credo sia un passo indietro, o una tecnica arcaica d’espressione ma più un passo in dentro.
Non una tecnica esclusiva con quei fastidiosi ritorni di presunzione aristocratica, ma una tecnica intima, personale, nel senso che principalmente si occupa della propria persona, intesa com’essere umano.


Il cavaliere inesistente

giovedì 14 gennaio 2010

Serd(servizio dipendenze),eugenetica e bio-psicodeliri




Niente di nuovo e probabilmente per questo più preoccupante.
In altri post ho espresso la mia opinione sulle attuali strategie istituzionali della nostra provincia (Bolzano) per affrontare il problema dipendenze, opinione fortemente critica.
L’evidenza dei fallimenti, ben mistificati grazie ad un opportuno cambio del significato delle parole (prendere quotidianamente tutta una serie di prodotti chimici come metadone, neurolettici, ansiolitici, stabilizzatori ecc.., non è un'altra dipendenza ma una “terapia”), però non ferma queste persone.
Perché? Mettiamo da parte per un momento l’aspetto economico (in precedenti post spiego ciò che io penso al riguardo), quale è il pensiero precedente, l’ideologia portante, le convinzioni condivise che determinano tale atteggiamento?

Da quando la psiche, il nostro intimo, è stato socializzato (mercificato) ed è diventato parte dei nostri interessi (genere umano) è in atto una battaglia tra esperti per determinarne il funzionamento, chi da una parte ritiene che in prevalenza i nostri meccanismi psichici siano frutto di interazioni biochimiche, riducendo il nostro cervello ad un ammasso di reazioni determinate in presenza di stimoli precisi di origine biologica (ricordate il cane di Pavlov?) e chi dall’altra pensa che ciò che determina il funzionamento della nostra psiche siano tutto un insieme di stimoli vari (tra cui quelli biologici hanno sicuramente un loro valore) legati al vissuto, l’esperienza, la percezione, la struttura simbolica della persona (il codice simbolico interpretativo) e quant’altro.
Tale battaglia ha naturalmente un effetto sugli stessi interventi atti a “curare le sofferenze psichiche” se da una parte l’approccio è pluricomprensivo e tende a considerare tutti gli aspetti (conosciuti) che possono contribuire ad aiutare nella cura, biologico, psicologico, (genesi della psiche) e sociale, dall’altra il rischio sempre più evidente è di ridurre l’essenza umana ad un insieme di azioni biochimiche in cui la cura è un intervento diretto su le stesse (un approccio meccanico), lo psicofarmaco appunto (prima di questo c’era l’elettroshock e l’ipnosi).



Nella storia della psichiatria il tentativo di conciliare l’apporto della psicoanalisi con quello altrettanto importante della neurologia o neuropsichiatria, pare sia servito a poco.
Molto interessante a tale proposito risulta un saggio di Alain Ehrenberg, sociologo, in “La fatica di essere se stessi” tratta proprio di questo attraverso la storia socioculturale della depressione, il passaggio dal senso di colpa (Freud) che impediva e costringeva (con tutte le patologie correlate), “l’energia castrata”, per arrivare al senso di inadeguatezza dei nostri giorni in cui tutto è possibile ma molto difficile, “l’energia insufficiente” (Janet).
Oggi il valore di una persona non è determinato dal rispetto delle regole o da una sottomissione ad un codice interiore ma da ciò che rende, dalle sue prestazioni, oggi sempre più bisogna essere “qualcuno” e raggiungere dei risultati che determineranno il valore e lo status stesso di “persona”.
Naturale il collegamento con il doping.
Se è vero come sostiene Ehrenberg che ormai valiamo solo se ci mostriamo all’altezza, l’utilizzo di una sostanza che abbia pochi effetti collaterali ma che aumenti le capacità dell’essere umano nel contrastare la grande fatica (non si parla unicamente di fatica fisica, ma di ogni fatica) dei nostri tempi, pare la soluzione ideale. La tossicomania entra in gioco e le origini di tale fenomeno paiono più socio-culturali che bio-chimiche.

Qui da noi, pare che tutta la parte inerente gli aspetti che trovano origine nei contesti socioculturali della persona, nelle dinamiche familiari, nella genesi del proprio sé, vengono costantemente sottovalutati o trattati istituzionalmente con colloqui con l’esperto di turno, che danno l’idea di avere un valore puramente burocratico.
Al contrario l’abbondanza delle terapie farmacologiche (terapie i cui dosaggi e commistioni, talvolta, lasciano perlomeno perplessi) non lasciano scampo alla volontà sottointesa unicamente di contenere, scadendo spesso nel mantenimento di un’altro tipo di patologia. Negli anni, gli studi psichiatrici (che, ricordiamoci sempre, rientrano nel campo di teorie basate su conoscenze attuali e non esaustive, la stessa biochimica non risponde a quesiti fondamentali nella sua specificità) hanno rilevato l’importanza di ambedue gli approcci alle patologie della psiche, quello biochimico (il farmaco) e quello psichico (genesi della psiche), al contrario di ciò che sembra avvenire qui, perlomeno nei contesti istituzionali.

Il farmaco è utile in fase acuta o come stabilizzatore atto a permettere una psicoterapia, ma la vera terapia resta ancora quest’ultima, il farmaco attenua il disturbo non cura. Il farmaco dovrebbe permettere la psicoterapia, non sostituirla.
Quando il farmaco sostituisce la terapia diventando esso stesso terapia, il pensiero soggiacente assolve le dipendenze, la pillola della felicità ritorna con il suo carico di perplessità. Quando il farmaco, la pillola, la polvere tendono a diventare l’unica vera soluzione ai sempre più abbondanti disturbi della psiche il pensiero soggiacente potrebbe arrivare ad essere una ulteriore distinzione tra normale e patologico, dove il patologico è caratterizzato da disturbi biologici poiché curati biologicamente, un ulteriore categoria di svantaggiati portatori di handicap, in alcune fasce di popolazione già ora si tende, semplicisticamente, a dare un origine genetica alle
dipendenze.

Ritenere o privilegiare una concezione meccanica del nostro funzionamento psichico oltre a peccare di enorme presunzione, infondata, porta inevitabilmente a derive ideologicamente pericolose.
Ad esempio buona parte dell’eugenetica basava le sue idee sulle distinzioni biologiche.
Ricordiamoci che le nostre (genere umano) sono per la maggior parte conoscenze parziali e su conoscenze parziali non si possono costruire ideologie assolute, su conoscenze parziali non si possono costruire teorie senza incorrere nell’errore, e quando tali teorie si arrogano il diritto di definire alcune specificità umane, entrano inevitabilmente esse stesse in dinamiche psicopatologiche o fasciste.
In particolare quando si tratta di forme viventi le sperimentazioni hanno effetti collaterali spesso devastanti, a meno che non si voglia raggiungere le estremizzazioni dei sostenitori del dottor Mengele, per cui senza di lui tante conoscenze mediche oggi non le avremmo, può essere ma senza di lui e i suoi pari forse non avremmo la guerra nel golfo, Israele, la Palestina, le derive dell’estremismo islamico e chissà cosa altro e non entro nel merito di chi tali sperimentazioni le ha subite o le subisce tuttora.

Se la terapia farmacologia ha tra i suoi obbiettivi il contenimento quanto può essere utile abusarne per chi lo ritenesse uno strumento lecito?
L’inibizione delle forme acute o meno, dei disturbi psichici, attraverso il farmaco, non inibisce anche parte della reattività naturale o residua che sia, della persona?
In una volontà di tossicomania l’utilizzo del farmaco non diventa unicamente un sostituto?
La deresponsabilizzazione del tossicodipendente attraverso la giustificazione dell’alterazione biochimica non è causa inevitabile di probabile cronicizzazione del disturbo?
Siamo sicuri che nel tempo l’utilizzo continuo di sostanze chimiche non producano danni collaterali come del resto già si ritiene riguardo alle sostanze illecite, altrettanto dannosi?
Ignorare queste domande è o stupido o comodo, i cronicari sono dietro l’angolo.

Il cavaliere inesistente


sabato 19 dicembre 2009

Gemischt!

immagine dal web Non viene niente.., tutto sembra stupido.
Gli spazi vuoti sembrano non finire.
…e i servizi sociali, e gli emarginati, e i poveri e i troppo ricchi, sembra tutto così inevitabile, così impossibile solo immaginare, un alternativa.
Le speranze di vita in un gratta e vinci, l’ineluttabilità del proprio destino, la decadenza di un mondo che non vede futuro, se non la propria fine.
I film catastrofici si susseguono. Prima gli alieni, poi le meteore, il sole e i maya, la cosa che ci emoziona di più è la nostra fine, apocalittica, l’ultima grande emozione, finalmente tutti uguali davanti alla catastrofe finale!
Qualche bucolica visione riesce ancora a distrarre, le sostanze stupefacenti, le bevande alcoliche, le presunte molteplici dipendenze tipiche del nostro tempo (gioco, sesso, persone, internet e altro) sembrano rendere più sopportabile ed affrontabile il nostro vivere, mentre da altre parti si preoccupano di poter mangiare o bere, o di sopravvivere a qualche bombardamento o attentato, posti dove la catastrofe è già iniziata o meglio non è mai finita.
Quale il senso? Ma perché un senso?
Cosa sto facendo? Cosa stiamo facendo? Perché?

A volte vorrei capire come pensa una persona che la pensa diversamente da me, quale è il meccanismo, l’associazione, il vissuto che gli fa pensare ciò che pensa e non accettare quello che io penso dello stesso argomento e viceversa.
Io, in questo modo, capisco cosa non capisco e/o perché non accolgo ciò che pensa il mio interlocutore. Se fossimo dotati di telepatia probabilmente eviteremo molte incomprensioni.

Guardo la televisione …………………………………………………………..

Non credo di essere una persona migliore di altri in senso assoluto ma mi chiedo, la gente che guarda il Grande Fratello e ci partecipa direttamente o indirettamente (a casa) CHE CAZZO HA NEL CERVELLO!!

Quasi, quasi, mi iscrivo ad un partito. Quasi, quasi, mi faccio un'altra birra.

A volte mi interrogo, sei di destra o di sinistra? Difficile rispondere, mi sento un destristra.
Potrei lanciare l’ MDI il Movimento Destristra Italiano (da già, un senso di minaccia), un partito multiideologico e multidisciplinare che pesca un po qua e un po là secondo le convenienze e il consenso del pubblico, magari quello televisivo, più addomesticabile. Un partito di raccolta indifferenziata …..credo che esista già.
A volte mi interrogo ma spesso non mi rispondo.

Il Museion mi fa proprio incazzare, è così sfacciatamente concentrato sulla consacrazione del gusto di chi appartiene “al giro”, alla spettacolarizzazione (meccanismo economico) degli eventi che assomiglia più ad una fiera (il mercato per eccellenza) che ad un luogo di cultura, e quando miracolosamente ne tratta lo fa con l’atteggiamento di un dandy totalmente decontestualizzato e incosciente. Un luogo distante.
Il cavaliere inesistente

domenica 2 agosto 2009

Microcosmi rizomatici-La fonte esauribile















In questi giorni alla Galleria Domenicani (Bolzano) sono in esposizione alcuni lavori dell'Associazione Artisti della Provincia, il tema della mostra coincide con l'anno internazionale dell'astronomia. La mostra è inserita nell'evento Moduli, giunto al secondo anno di programmazione. Ancora una volta stampa ed informazione si prodigano nell'escludere questa manifestazione dai media, a volte mi chiedo come mai un tale accanimento verso un Associazione provinciale? Non mi permetto nessun giudizio nei confronti della giornata internazionale della Lambretta, ma credo che una mostra d'arte possa avere la stessa rilevanza di una passione meccanica, evidentemente in molti pensano che "l'inutilità" dell'arte non sia degna di menzione, ciò che non serve, che non porta utili, è escluso, a meno che non faccia parte di circuiti preferenziali caraterizzati da un economia del profitto tutta loro.
Ma in questo post non voglio fermarmi sugli atteggiamenti censorei dell'informazione locale di cui ho già parlato in post precedenti ma voglio illustrare il mio lavoro, esposto, appunto, fino all'11 agosto in Galleria Domenicani.




Microcosmi rizomatici-La fonte esauribile
L’ idea per il lavoro mostra i primi segnali nel 2006/2007 dopo un opera dal titolo "Altarino votivo", in cui ricreo in una versione surreale un altarino votivo,dove, al posto delle icone solitamente utilizzate, posiziono tre piccoli dipinti ad olio, raffiguranti dei camaleonti e dipinti con centinaia di puntini colorati. Posizionato davanti ad ogni dipinto un oggetto in legno con una forma diversa (cono, cubo, etc..), anche questo dipinto con un infinità di punti colorati.
Durante la lavorazione degli oggetti in legno né ho scoperto un loro possibile, futuro utilizzo, anche se ancora non ben chiaro e definito. L’occasione per concretizzare l’idea si sviluppa nell’anno passato, immaginando possibili soluzioni per un eventuale mostra (sono socio dell’Ass. Artisti di Bolzano) e utilizzando dei parallelepipedi in legno dipinti. Ma si definisce chiaramente quando trovo l’annuncio in rete del concorso "La seconda luna" ed il suo riferimento alle passioni.
Lo spunto ad una riflessione sul tema proposto, mi ha permesso di tradurre in immagine tridimensionale la mia idea di passione, la mia passione stessa e la sua definitiva concretizzazione nel lavoro "Microcosmi rizomatici-La fonte esauribile".
Si potrebbe definire una scultura componibile o decorazione ambientale mutevole.
Parallelepipedi, piramidi, sfere, cubi, ovoidi, decorati in questo caso con infinita di punti colorati che possono essere composti lungo un anima di ferro, secondo una composizione personalizzabile.
Ogni pezzo è sfilabile e ricollocabile a proprio piacere, una sorta di puzzle artistico.
Le anime in ferro stesse possono essere capovolte o curvate per creare effetti particolari o unite o composte in forme riconoscibili o astratte.
Le dimensioni sono variabili, è possibile immaginarlo anche con pezzi più grandi come installazioni esterne addirittura permanenti se utilizzati i materiali necessari (polistirolo, smalti, lacche, mosaici e altro).
I decori che in questa occasione mantengono un disegno informale-astratto, nel mio immaginario e forse futuro intervento potrebbero avere connotati più narrativi ma sempre con la peculiarità della personalizzazione attraverso l’ "interscambio" dei pezzi.
In questi casi l’intervento dell’artista è legato più alla decorazione dei pezzi in cui verrà composta la struttura che non all’immagine finale stessa che invece potrebbe essere reinventata da chi la osserva, se ne è il proprietario o l'eventuale fruitore, secondo tempi e modi personali.
Le possibilità sono molteplici una volta eseguiti i pezzi, incroci, pieghe dell’anima in ferro, sovrapposizioni, in verticale o orizzontale, accostamenti, strutture, appesi o ancora con basamenti colorati, filanti da colonnine portanti (come una fontana) e probabilmente ancora altro.
Tutto questo comporta un intervento del fruitore che deve concentrarsi sul tipo di effetto da trovare e che più gli piace, permettendogli così di entrare in dinamiche di ricerca estetica e avvicinandolo alla creazione artistica.
Riguardo all’elaborazione pittorica o attraverso altra tecnica (decoupage, mosaico, materico, etc..), il lavoro dell’ artista si misura sui pezzi che in questa occasione diventano supporto (le idee sono molte per quanto mi riguarda) su cui concentrare la propria poetica.
Nel caso specifico, nell’ opera-modello presentata, utilizzo una pittura informale dettata dal caso e costruita attraverso forme di colore talvolta sovrapposte, seguendo schemi casuali e miranti ad un effetto multicolore, facilmente componibile in un insieme omogeneo variando posizione.
L'idea di rizoma si evidenzia nella forma dei filamenti che possono ricordare appunto i rigonfiamenti di alcune piante (botanica), la stessa lavorazione dei singoli pezzi richiama al significato di "molteplicità creativa", i puntini, le forme indefinite sottostanti, nel mio immaginario rivelano capacità autonome di riproduzione.
Ogni pezzo è a sè e spunto di "altro" e riporta ad un altro insieme, solo in questa occasione finito, "la fonte esuribile" appunto. Ogno pezzo è un microcosmo, parte di un cosmo (che probabilmente farà parte di un altro cosmo) e generatore di altri microcosmi, su piani differenti.
Un ultima osservazione riguardo ai pezzi che possono avere forme e dimensioni diverse secondo un criterio personale o legato al tipo di intervento previsto, l’importante è che permettano un elaborazione pittorica e/o artistica.
Nel post vengono inserite alcune foto del lavoro, non ancora fissato nella sua immagine finale.
PS: in questa occasione per problemi tecnici il lavoro esposto alla Galleria non può essere utilizzato interattivamente dal pubblico.
Il cavaliere inesistente.